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La teoria della ghianda

La teoria della ghianda di James Hillman è molto interessante perché parte dal presupposto che ognuno possegga un talento innato, un daimon, che aspetta solo di essere scoperto, un destino cui si è chiamati fin dalla nascita e che spesso si manifesta più liberamente nell’infanzia. Per rendere meglio l’idea pensiamo ad un seme di quercia che nel corso del tempo potrà dar vita necessariamente a una quercia, non a un pino né a un frassino o a un abete. Ogni quercia ha infatti delle peculiarità che la rendono unica, tuttavia sempre di quercia si tratta.

E così, secondo Hillman, succede a noi umani, che nasciamo con uno o più talenti peculiari, dimenticandocene spesso strada facendo; egli infatti sostiene che “ognuno di noi percepisce che la propria vita, contiene molte più cose di quante le mille teorie fin qui formulate riusciranno mai a definire”. Chi non ha mai avuto, almeno una volta nella vita, una sorta di illuminazione che lo ha condotto dove si trova ora? Questo qualcosa colpisce come un fulmine, rende chiaro in mente ciò che si deve fare ed amplia lo stato di coscienza.

Il problema della vocazione è che nella stragrande maggioranza dei casi viene sopita e/o dimenticata vivendo inseriti nel quotidiano in una serie di regole date dalla civiltà.

Ma attenzione, il punto di vista di Hillman non è fatalista come potrebbe apparire al primo sguardo, egli infatti ritiene che l’individuo sia responsabile delle proprie scelte e che dipenda proprio da lui la capacità o meno di ricontattare il daimon, la vocazione innata che è poi il motivo per cui ha scelto di vivere.

Non è nemmeno detto che la ghianda diventi quercia perché, sebbene potenzialmente lo sia, potrebbe accaderle di tutto, nonostante il daimon , che è una presenza invisibile, si prenda cura di lei quotidianamente. Questa presenza nell’antichità veniva omaggiata con rituali e ringraziamenti, mentre oggi è totalmente ignorata.

Hillman sostiene che il daimon, questo spirito amico, possa emergere in momenti inaspettati, tuttavia cruciali. E per spiegarlo porta l’esempio del filosofo R.G. Collingwood che, nell’infanzia, ebbe un primo importante contatto con la propria vocazione: “Mio padre aveva moltissimi libri … un giorno, quando avevo otto anni, la curiosità mi spinse a prendere da uno scaffale un libriccino nero, sulla cui costola era scritto: “L’etica di Kant” … come iniziai a leggerlo, incuneato tra la libreria e il tavolo, fui assalito da una strana sequela di emozioni. Dapprima mi prese un’intensa eccitazione. Avevo la sensazione che in quel libro si dicessero cose della massima importanza su argomenti della massima urgenza, che io dovevo assolutamente capire. Poi, con un impeto di ribellione, venne la scoperta che, invece, non ero in grado di capirle. Quel libro, pensai con un senso di indicibile vergogna, era scritto con parole inglesi e con frasi che seguivano la grammatica inglese, eppure a me sfuggiva completamente il suo significato. Infine, l’emozione più strana di tutte: la certezza che il contenuto di quel libro, anche se non lo capivo, fosse non so come affar mio, una cosa che mi riguardava personalmente, o meglio, che riguardava un me stesso futuro … Non c’entrava però il desiderio; non è che ”volessi”, nel senso comune del termine, padroneggiare da grande l’etica kantiana; ma era come se si fosse alzato un velo a rivelare il mio destino. Poi, gradualmente, mi sentii come se mi fosse stato addossato il peso di un compito, la cui natura non avrei saputo spiegare se non dicendo: “Devo pensare”. A che cosa non sapevo, ma, quasi ubbidendo a quel comando, rimasi in silenzio, con la mente assorta.” Chi alzò il velo della filosofia? Il daimon secondo Hillman, perché questo spirito induce a scegliere le situazioni e le persone più adatte per far emergere la vocazione aiutando ad individuarla.

Come individuare quale potrebbe essere la vocazione?

-Prova a scrivere o disegnare tutte le cose che ami fare, quali argomenti ti incuriosiscono, su cosa punti l’attenzione mentre parli, cammini o viaggi, cosa pensi di saper fare, cosa gli altri ti dicono che sai fare, concentrandoti soprattutto sulle piccole cose.

-Oppure, se preferisci, prova questo esercizio immaginale: immaginati in volo a bordo di una mongolfiera sopra ai tuoi sogni più utopistici, scrivi o disegna tutto ciò che vedi, bevendo la tua bevanda preferita.

Poi contempla ciò che è emerso …

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