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Cos’è l’Autostima?

Si potrebbe definire l’autostima come il valore che le persone danno a se stesse.
Lo psicologo e filosofo Willams James ne parla già alla fine dell’800 come del rapporto tra sé percepito e sé ideale il che significa pressappoco la differenza tra come mi sento e cosa mi sento in grado di fare e come invece “mi piacerebbe” essere. 
Ma cosa si nasconde dietro questo “mi piacerebbe essere”?
Ovvero, quanto di intimamente mio, connesso con la mia vocazione, i miei talenti, con quello che volevo fare da bambino… ha il cosiddetto sé ideale? E quanto invece ha a che fare con quello che mi è stato trasmesso attravero l’educazione e la cultura?
Alcuni esperti dicono che sia correlato all’educazione per oltre il 90%.
Un altro importante psicologo e pediatra Donald Winnicott, attivo fino agli anni 70 del secolo scorso,  ideatore della teoria della “Funzioni di Holding” e del cosiddetto oggetto transizionale, parla di Vero sé e Falso sé: una madre troppo frustrante non consente al bambino piccolo di dare valore alle proprie esperienze di onnipotenza (i bambini credono che tutto ciò che li circonda sia più o meno determinato da loro, cosiddetto pensiero magico) facendolo arretrare sempre più in una posizione di accondiscendenza mettendo da parte ciò che è (il vero sé) per quello che dovrebbe essere per la madre (falso sé).
Quindi si potrebbe parlare di una grande illusione che c’è dietro il concetto di autostima.
Il processo è quindi vittima di:
-genitori che proiettano sui figli, o meglio, sperano che i figli realizzino quello che loro non sono stati in grado di compiere, i propri sogni frustrati.
-una società che richiede performance, dove la prestazione è tutto e l’educazione, i media e la cultura in generale spingono gli individui ad essere sempre efficienti, operativi e adatti al sistema.

In sintesi l’autostima si poggia sul presupposto di tendere verso qualcosa che qualcun’altro (la mamma, la televisione, internet, la maestra) definisce come buono e difficilmente tiene in considerazione quello che noi sentiamo intimamente.
Cerchiamo quindi di ritrovarci in quel “vero sè” in quel che siamo in grado di realizzare provando a fare le cose come ci vengono, senza aspettative, senza darsi troppo valore nè prendersi troppo sul serio, come i bambini che giocano per il gusto di giocare, senza giudicarci, come artisti che creano per una tensione, un pathos che non ha nulla di utilitaristico.
Non significa sottovalutare ciò che si fa, ma impegnarsi cercando di imparare da ogni errore o difficoltà con la consapevolezza che l’abiltà potrà arrivare, come per quel bambino di allora che ha imparato molto mettendocela tutta. Questo ci porta ad essere in contatto con le nostre fragilità, la capacità di provare compassione. La propria incapacità di essere sempre al Top, come ci vorrebbe il sistema, è quindi una caratteristica umana che non ci deve preoccupare oltremodo.
Imparare ad apprezzare questo lato oscuro del nostro essere, che spesso non ci permettiamo di far emergere, di cui spesso ci vergogniamo, che tentiamo di occultare a noi stessi prima che agli altri, ci mette in contatto con la nostra verità più intima, dischiude le porte al nostro vero sé .Quello che eravamo da bambini con tutte le nostre paure, difficoltà e incapacità ci dischiude le porte dell’autenticità, di quella condizione indifferenziata in cui andiamo bene così come siamo senza dover dimostrare nulla a nessuno perché semplicemente siamo naturalmente perfetti come siamo.

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