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Tempo del lutto, tempo per sentire…

Il lutto fa parte delle esperienze della vita, prima o poi tutti noi ci confrontiamo con la perdita.

Freud parlava di investimento che facciamo su “oggetti” di relazione o “oggetti” d’amore. Subire un lutto è come perdere una parte di noi, di conseguenza il lavoro di elaborazione viene svolto per digerire, superare, dover riprenderci quella parte che avevamo investito su quella persona, relazione, progetto, lavoro… e riportarla in noi (si parla di lutto non solo in presenza di una perdita affettiva ma anche quando rinunciamo ad un progetto, una relazione o perdiamo un lavoro).

Il lutto può condizionare anche per anni la nostra esistenza; i sintomi possono essere ansia, paura, disturbi psicosomatici che possono protrarsi nel tempo se l’elaborazione non si compie.

L’era in cui viviamo non ci aiuta, fino a non molti anni fa si accompagnava il defunto per giorni con preghiere e rituali (a seconda del contesto culturale), questi veniva tenuto nelle case per giorni perché le persone che lo desideravano potessero prendere congedo. Nell’antichità c’erano delle procedure di rituale ricche di significato come il lacrimatoio (piccola ampolla  nella quale venivano raccolte le lacrime) che segnava il tempo del lutto e quando le lacrime si asciugavano il tempo del lutto era maturato.

Questo percorso passa attraverso: la negazione, come difesa profonda “non mi sembra vero”, l’alternanza di pensieri tra ciò che è e ciò che era prima, il contatto con il dolore, la mancanza, la rabbia perché si è stati lasciati, l’impotenza…

Il manuale statistico diagnostico DSM ne parla come fenomeno di attenzione e non come disturbo perché considera che c’è un tempo per elaborare, soffrire, stare nel vuoto, nel silenzio, nella mancanza.

Oggi invece dobbiamo correre, abbiamo delle pratiche da sbrigare, tutto si svolge in pochi giorni,  e non viene considerato che ogni esperienza da vivere necessita del suo tempo.

È importante sapere che il lutto in sé non è negativo o positivo, tutto dipende da come noi viviamo l’esperienza. Certo lo stacco scatena un dolore che non desidereremmo, produce delle emozioni che vorremmo rifuggire, tristezza, rabbia, smarrimento, vuoto, paura, ma se ci diamo il tempo di sentire allora l’esperienza cambia: il lutto diviene un’iniziazione, nel silenzio, nell’ascolto del nostro cuore.

Il timore è spesso quello di essere invasi dall’intensità del sentire e, soprattutto, di non saperlo gestire. Il farci accompagnare, aiutare, può essere una soluzione per superare la paura e per concederci di essere iniziati a degli strati più sottili della nostra esistenza, di diventare sacerdoti, in quanto testimoni di qualcosa di sacro che ci sta arrivando e che ci sta coinvolgendo così profondamente.