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Psico-oncologia: il ruolo della psicologia e della medicina integrativa in ambito oncologico

Non è facile affrontare questo tema a causa di molte opinioni in merito  alle cure cosiddette alternative dei tumori, riguardanti dei casi in cui le persone hanno fatto delle scelte radicali che non fanno parte della medicina integrativa.

La psico-oncologia è un termine coniato alcuni decenni fa per definire un ruolo di supporto dello psicologo in una situazione in cui la persona si trovi ad affrontare una patologia come quella tumorale. Si parla quindi di un intervento di sostegno di quelle che possono essere le emozioni pesanti, soprattutto di angoscia, che una diagnosi di tumore porta nella vita della persona. L’intervento è orientato a gestire le angosce di morte, la paura, le difficoltà di dialogo con i familiari e la paura e impotenza che questi provano.

Nasce quindi come forma di supporto in un momento difficile di fronte ad una diagnosi di patologia somatica grave come quella di tumore. Vanno considerate le fantasie che la persona e i familiari andranno a vivere rispetto agli esiti, alle eventuali temute metastasi, alla malattia terminale ecc..  le difficoltà di comunicazione che una tale diagnosi comporta.

Nel tempo sono sorte evidenze scientifiche, alcune validate, che la psiche può avere un ruolo nella patologia e non solo in quella oncologica. Le evidenze sono state molto controverse perché il confine tra la presenza di un conflitto di tipo emotivo o biologico e l’insorgenza di patologia non è netto. Ci sono delle ipotesi correlate da evidenze ed è vero che la patologia in ottica integrativa non può essere scissa in patologia somatica o psichica perché la persona è un tutt’uno.

Che ruolo dare quindi ad un intervento psico-oncologico che vada oltre il supporto?

Ci sono delle possibilità, sia dal punto di vista scientifico che deontologico, che sembrano le più adeguate. Posizioni di seria integrazione senza le pretese di trovare dei fattori psichici che siano alla base dell’insorgenza della patologia oncologica e di spiegarne l’insorgenza a partire puramente da fattori emotivi. Abbiamo però delle evidenze che l’aspetto emotivo giochi un ruolo importante su più fronti anche nella genesi, ad ora alcuni studi hanno correlato conflitti interiori all’insorgenza di determinate patologie.

La medicina cinese, da sempre, stabilisce un nesso tra organo, energia ed emozione.

Determinate emozioni impattano maggiormente su determinati organi e il loro malessere in qualche modo conduce all’esperienza di specifiche emozioni. Questo perché vi è un collegamento tra organo ed emozione.

Nella genesi di una patologia, anche oncologica, è possibile rinvenire dei fattori concorrenti di tipo emotivo. Il ruolo di questi fattori è forse più interessante rispetto all’iter che la persona si trova a vivere. Quello che ormai è evidente è che la risposta ad un farmaco è fortemente collegata allo stato mentale ed emotivo della persona. L’effetto placebo e nocebo sono potentissimi in noi ed esiste una variabilità individuale, ci sono persone che sono più o meno suggestionabili e in base a questo fattore avranno una maggiore o minore risposta a tali preparati.

Il fattore emotivo condiziona la nostra biologia.

Il cervello emotivo, il limbico in particolare, quello più antico che condividiamo con i mammiferi, è collegato alle emozioni e alla vita neurovegetativa, ha dei potenziali di autoguarigione che devono ancora essere indagati nei loro aspetti più specifici e sottili.

Se valorizziamo il fattore emotivo come operatori del benessere in una medicina integrativa abbiamo una chance in più, quella di fare luce su fattori intercorrenti nella genesi di quelle patologie e sopratutto di potenziare la risposta alle terapie e di attivare dei meccanismi di autoguarigione dei quali ancora non conosciamo tutto ma sappiamo che esistono e sono stati osservati.

La psico-oncologia ha quindi due vie:

  • una via più semplice di supporto sia per la persona che per i familiari, che è importante venga dato anche dove ci sia una condizione terminale e
  • una seconda via, più insidiosa, ma che deve essere perseguita con serietà, etica e scientifica, dello studio e utilizzo del fattore emotivo nella genesi e gestione o remissione della patologia.

In questi contesti è importante unire l’aspetto medico e l’attenzione a dei fattori che sono di tipo mentale ed motivo. Si può lavorare con i farmaci e con le emozioni. Si integrano in modo scientifico più aspetti considerando che nessun fattore è una “bacchetta magica” da solo, la patologia è una pluralità di dimensioni. Non possiamo quindi intervenire in modo adeguato trascurando questa complessità ma è necessario accoglierla ed orchestrarla lavorando come supporto e agendo su fattori immaginativi, energetici e mentali per dare delle chance in più di autoguarigione e di risposta ai trattamenti.