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La moltiplicazione dei sintomi

Possono esserci 600.000 modi diversi di avere una stessa malattia? Sì, se si parla del disturbo post traumatico da stress (PTSD), diagnosticato seconde l’ultima versione del manuale della American Psychiatric Association, il DSM-5.

Nel DSM una malattia viene diagnosticata a chi mostra un numero minimo di sintomi fra quelli previsti in una lista. Per non farsi sfuggire alcun malato, per alcuni disturbi come il PTSD la lista negli anni si è gonfiata, passando da almeno quattro sintomi su una lista di 12 nel DSM-III a otto su 19 nell’attuale DSM-5. Isaac Galatzer-Levy, della New York University, e Richard Bryant, della University of New South Wales in Australia, si sono divertiti a calcolare tutte le possibili combinazioni degli otto sintomi che ora soddisfano la diagnosi, contandone 636.120, contro le 80.000 scarse del DSM-IV.

Non per tutti i disturbi si è avuta la stessa espansione, sottolineano i due ricercatori in un articolo comparso su “Perspectives on Psychological Science”. Ma il PTSD, che include ormai una casistica quanto mai eterogenea, è un emblema dei limiti del DSM nell’inquadrare entità complesse come i malesseri della psiche. I problemi nascono sia dalle contingenze della storia del manuale sia dalla sua logica intrinseca, che nello sforzo di accrescere il potere inclusivo delle diagnosi sta portando a svuotarle di significato. Questo secondo gli autori è uno dei motivi per cui le ricerche su fattori

di rischio e cure della malattie mentali arrancano tanto. I due ragionano quindi sui rimedi e su possibili approcci diagnostici alternativi.

Giovanni Sabato

 

Da Mente & Cervello

n. 110 febbraio 2014